Fragile vita tra le macerie affronta la fragilità come condizione strutturale del presente. L’opera utilizza materiali marginali — carta bruciata, frammenti di diapositive, una lampadina rotta — come tracce residue dell’Antropocene, elementi già compromessi che conservano la memoria del danno.
All’interno della lampadina, dispositivo esausto del ciclo produttivo, cresce una microvegetazione reale: un organismo vivo che si sviluppa dentro ciò che è stato scartato. La funzione originaria dell’oggetto è sospesa; la lampadina non illumina, protegge.
La fragilità non è rappresentata: è abitata. La vita che emerge non è simbolica ma biologica; non è metafora, ma processo. L’opera mostra che oggi la sopravvivenza avviene nel cuore stesso della rovina, dentro materiali già degradati, dove la vulnerabilità diventa spazio di trasformazione.
In un contesto segnato da sopraffazione e perdita di empatia, il lavoro propone la fragilità come luogo di relazione, come possibilità di continuità, come forma minima di resistenza: un punto di innesco in cui la materia si trasforma e la memoria si riattiva. La mia ricerca indaga la fragilità come condizione generativa.
Utilizzo materiali di scarto, combustioni e stratificazioni per mostrare come la vita possa emergere dentro ciò che è già compromesso. La fragilità non è debolezza: è un innesco, un luogo di trasformazione
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